Il delitto va servito freddo. Un assaggino

Come sempre vi offro un estratto del mio ultimo giallo, visto che le anteprime di Amazon vengono poco sfruttate.

Prologo

L’uomo si risvegliò al buio. Per quanti sforzi facesse,  non comprendeva dove si trovasse. Il dolore che aveva alla testa lo faceva impazzire e non riusciva a concentrarsi sui suoi pensieri. Come era finito lì? E, soprattutto, dov’era? Non c’era neanche il più piccolo spiraglio di luce per dare un’occhiata  intorno.

Sentiva le mani fredde e intorpidite e il respiro stava diventando pesante. Si mise in piedi barcollando e tentò di muovere qualche passo. Ogni cosa che toccava era fredda. Batté contro oggetti che gli sembrarono scaffali, perse l’orientamento e cadde di nuovo a terra. A fatica si appoggiò contro un muro, scivolando verso il pavimento. Il torpore stava avendo la meglio su di lui e l’assecondò fino a perdere conoscenza.

Si svegliò di nuovo, perché gli sembrava di star prendendo fuoco. Il caldo era terribile e cominciò ad avere strane visioni. Degli esseri orribili gli alitavano contro bruciandolo fin nel profondo. Gli sembrava di ardere all’interno. A fatica si tirò via i vestiti e si strappò la pesante collana d’oro che aveva al collo, pensando che stesse andando a fuoco, tanta era la sensazione di bruciore sulla pelle.

Continuava ad ardere e tentò di sfuggire alle lingue di fuoco, ma, dovunque tentasse di spostarsi, andava contro fiamme che divampavano bruciandolo, finché le forze non lo abbandonarono e si lasciò andare.

Cadde ancora a terra chiudendo gli occhi, sperando che quell’incubo finisse. Desiderò morire, purché tutto avesse termine, finché l’oblio della mente lo privò dello strazio che stava sperimentando.

Capitolo 1

  «Sono sfinita!», dichiarò Francesca, mentre si buttava sulla poltroncina dell’ufficio. Si riavviò la zazzera rossa, sbuffando.

«Come mai?», gli chiese, distrattamente, Fil.

«Mi stai prendendo in giro? Sono due mesi che sto galoppando per organizzare il matrimonio. Il tuo matrimonio!».

«Pensavo ti stessi divertendo».

«Io mi diverto a organizzare eventi, non tour de force. Tra due settimane vi sposerete e Lidia ancora non sceglie il suo abito nuziale. Non ce n’è uno che le piaccia. A ogni vestito che prova, dice che le si vede la pancia, ma non è vero!».

«Devi comprenderla. È una donna incinta e sai com’è in queste condizioni».

«È una donna bellissima. Alta, bionda, con due occhi che sembra una gatta… Fossi io come lei. Ora si è anche fissata che sta invecchiando e si sente ridicola in abito da sposa».

«Lidia in questo momento è fragile. Non è proprio una ragazzina, perciò sii tollerante con lei. Per quanto riguarda te, non ti buttare giù, perché anche tu sei una bella cinquantenne».

«Non me lo ricordare! Non ho neanche uno straccio di accompagnatore…».

«Non esci più con l’ingegner Trabucchi?».

«No. Ci abbiamo riprovato, ma non sembra funzionare».

«Troverai un uomo per te».

«Mi ripetete il solito ritornello, ma non va. Passiamo ad altro ché è meglio. L’abito per te è pronto, ma che problemi poteva avere il sarto con te? Sei sempre un bell’uomo, così snello e alto e ancora tutti i capelli in testa, anche se brizzolati».

«Mi pare di capire che non è un periodo buono per ambedue le mie donne». Fil la guardò implorante, come a chiedere pietà.

«Ok, hai ragione. Non posso resistere ai tuoi occhi trasparenti e limpidi che mi chiedono di smettere con le lamentele. Per quanto mi riguarda la finisco qui. Ah! Dimenticavo… Ha telefonato Debora Nardi, una scrittrice… La conosco perché ho letto il suo primo libro. Vuole parlare con te e ha lasciato il suo numero di telefono. Vuoi richiamarla?».

«Se non sbaglio, dovrebbe essere quella scrittrice che racconta dei crimini che risolve collaborando con le autorità di polizia locale. Credo che sia di Monte Alto, qui vicino. Sì, la richiamo». Fil prese il foglietto con il numero di telefono di Debora Nardi e si spostò all’aperto per fare la telefonata.

Si mise a sedere sotto un gazebo con la vista verso il campo da golf. Viveva da una quindicina d’anni in quel posto meraviglioso, che aveva scelto dopo essere stato abbandonato da Lidia, a causa della sua dipendenza dal mondo dell’informatica. Da ex hacker si era dedicato alla cyber security che era il suo mondo, ma anche la sua droga. A causa del fallimento della sua vita, aveva abbandonato tutto, comprato un castello nella campagna romana e realizzato un golf club che gestiva con l’aiuto di Francesca. Negli ultimi tempi aveva ricucito i rapporti con la ex moglie Lidia al punto che stavano per risposarsi.

«Buongiorno, sono Filippo Maria Vanzitelli», disse all’interlocutrice, non appena rispose alla chiamata.

«Buongiorno! Sono Debora Nardi, ovviamente». Una voce squillante dall’altra parte lo sorprese positivamente. «Grazie per aver richiamato».

«In cosa posso esserle utile?».

«Ecco… Sono rimasta impressionata dalla storia di quella povera ragazza il cui cadavere è rimasto nel camino del suo castello per tantissimi anni. Mi piacerebbe scrivere un giallo su questa vicenda e su come siete giunti a scoprire l’assassino. Un cold case è sempre una rogna, per chi investiga, ma per uno scrittore è molto intrigante».

«L’aiuterei volentieri, ma sto organizzando il mio matrimonio… Tuttavia, potremmo vederci un attimo per stabilire come vogliamo procedere. Può venire qui, diciamo tra due giorni?».

«Certo! Va bene verso le nove del mattino?».

«Per me va benissimo».

«Allora, a presto!».

Chiusa la chiamata, Fil pensò che, sebbene impegnato in quel momento con i preparativi del suo matrimonio, sarebbe stato un piacevole diversivo parlare con quella scrittrice. Aveva letto qualcosa su di lei e si era formato l’opinione che dovesse essere proprio una persona interessante.

«Con chi parlavi con tanta attenzione?».

«Didì! Mia futura bellissima moglie, cosa ti porta a casa così presto?».

«È saltato un appuntamento di lavoro e sono rientrata prima… Ma chi era al telefono?».

«Una scrittrice, Debora Nardi, che vorrebbe scrivere un giallo su quello che è accaduto alla povera Erica Luce».

«La conosco. Ho letto il primo libro che scrisse, qualche anno fa. Credo che abiti qui vicino».

«Proprio lei. Verrà qui tra due giorni. Sai, stavo pensando che, se ci mettiamo d’accordo sulla cosa, vorrei invitarla a stare qualche giorno da noi. Ormai la suite per gli ospiti è pronta e si potrebbe inaugurare con lei. Che ne pensi?». Fil guardò Lidia, sperando che accettasse.

«Perché no? Sarebbe bello avere degli ospiti per la prima volta in questo grande e vuoto castello!».

«Vuoto ancora per poco!».

«Eh, sì… La nursery è praticamente finita e il nostro piccolino avrà la sua cameretta. Anche se penso che per un po’ me lo terrò vicino, in camera nostra», disse Lidia con commozione.

«Addio pace!», esclamò Fil, ma i suoi occhi dicevano il contrario di quello che le parole volevano indicare. «Ma siediti qui vicino a me e godiamoci il sole. Però tu mantieni la testa all’ombra».

«Oggi pomeriggio vado a fare l’ecografia», gli comunicò Lidia, di punto in bianco.

«Sei preoccupata? Se vuoi ti accompagno».

«Mi farebbe piacere. È la prima che faccio».

«Sarò a tua completa disposizione».

«Grazie. Ora godiamoci il sole e la vista di questo bellissimo e immenso prato verde».

«Oggi c’è un gruppo di ragazzi che vogliono imparare il golf. È il primo giorno per loro e si stanno divertendo da matti».

«Sono davvero goffi con tutti quei tiri mancati».

«Impareranno. I nostri istruttori sono tutti molto bravi».

Rimasero in silenzio a guardare. Fil ricordò il giorno che iniziò la sua nuova attività. Non gli interessava avere iscritti. Quello di cui aveva bisogno, a quel tempo, era la tranquillità per superare la fine del suo matrimonio e il suo cambio di vita.

Aveva anche rispolverato una vecchia passione: la pittura ad acquarello, l’unica attività che riusciva a tenerlo lontano dai computers e tutto ciò che quello significava. Ore e ore aveva perso immerso nel dark web a navigare come un pirata nel mare torbido della rete, fin dagli albori, prima ancora che Internet fosse inventato. Dopo aver smesso di essere un hacker, rimase comunque invischiato nell’informatica al punto di farne una lavoro, ma anche un’ossessione. A quel pensiero si considerò fortunato per aver recuperato il suo rapporto con Lidia, anche se dopo tanti anni e un altro matrimonio naufragato da parte di lei. Guardò il suo profilo e le cercò la mano, stringendogliela forte.

«Cosa c’è, Fil? Qualcosa ti turba?», gli chiese Lidia, guardandolo coi suoi splendidi occhi verdi.

«No, al contrario, Didì. Penso che siamo molto fortunati a esserci ritrovati».

«Sì, la strada della nostra vita non è stata molto lineare… Siamo stati come due navi alla deriva, ma, alla fine, siamo qui: abbiamo raggiunto il nostro approdo».

«Ne sono felice, non sai quanto».

«Lo so».

Rimasero in silenzio, tenendosi per mano.

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